La parte più innovativa del decreto 1° maggio 2026 riguarda le disposizioni relative al “salario giusto” che, almeno in apparenza, sono dettate per individuare le condizioni in presenza delle quali è possibile poter godere dei vantaggi contributivi, ma che, in effetti, finiscono per costituire una sostanziale attuazione, più che dell’art. 36 della Costituzione, di quelle altre disposizioni dedicate all’efficacia generale del contratto collettivo (art. 39, commi 2-4, Cost.). Infatti, il D.L. n. 62/2026, piuttosto che individuare un salario minimo, sia pure articolato in relazione ai livelli di professionalità dei lavoratori, sembra istituire un sistema di relazioni sindacali, fortemente centralizzato rispetto al passato recente, ma che si riannoda però alla legislazione della fine del secolo scorso, che era stata in buona parte smantellata al fine di favorire il libero dispiegarsi della concorrenza fra le imprese. Un ritorno al passato, insomma, forse anche vantaggioso per le organizzazioni sindacali più grandi, ma davvero suscettibile di trovare concreta attuazione, date le modifiche degli ultimi venti anni?
Pensioni pubbliche: verifica reddituale e recupero su quattordicesima superstiti
Con il messaggio n. 2608 del 10 agosto 2026, l’INPS rende noti gli esiti e le modalità operative della verifica reddituale sulle prestazioni collegate al reddito erogate in via provvisoria nel 2024 ai pensionati della Gestione pubblica, con particolare riferimento...


